Agricoltura

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Canapa, Cia: «Serve più ricerca colturale e maggiore chiarezza legislativa»


FERRARA – Grande interesse e partecipazione, con agricoltori provenienti da tutta la regione, al convegno organizzato da Cia – Agricoltori Italiani Ferrara in collaborazione con la società C-Led (Gruppo Cefla), dal titolo “La canapa: nuove opportunità di coltivazione”, che si è tenuto lo scorso 4 dicembre a Portomaggiore. Un incontro informativo per conoscere le ultime novità legislative e colturali e capire se conviene investire su questa coltura che dominava l’agricoltura delle campagne italiane cinquant’anni fa. Ad aprire l’evento Massimo Piva, vicepresidente di Cia Ferrara, che ha spiegato gli obiettivi di un convegno proprio sulla canapa. «Questo incontro – ha spiegato Piva – risponde a una richiesta arrivata dai nostri associati, che hanno mostrato curiosità e interesse nei confronti di una possibilità produttiva “nuova”. D’altra parte nel ferrarese ci sarebbero il clima e il terreno adatto e c’è già un certo know-how sulla coltura, che alcuni imprenditori stanno già coltivando. L’obiettivo della nostra associazione non è quello di promuoverla, ma di capire, grazie alla presenza di esperti, se può essere un’alternativa reddituale in un momento di crisi delle principali produzioni, penso ad esempio alla barbabietola da zucchero».

 

«LA COLTIVAZIONE DELLA CANAPA ASSOMIGLIA AL POMODORO» - Nel corso dell’incontro il professor Giampaolo Grassi del Crea-Cin (Centro di ricerca di Cerealicoltura e Colture Industriali) di Rovigo – uno dei pochi centri dove si fa ricerca sulla canapa – ha spiegato quali sono difficoltà e potenzialità della coltura. «A livello legislativo due leggi, una del 2014 e una del 2016, hanno reso la canapa coltivabile a livello vivaistico e non viene più considerata una sostanza stupefacente in senso stretto – ha spiegato il ricercatore - a patto, naturalmente, che il livello di THC - il principio attivo della Cannabis prodotto dal fiore ad azione stupefacente e quindi illegale – rimanga ad un livello dello 0,2%, con una tolleranza fino allo 0,6%. Altre limitazioni riguardano la ricerca varietale, perché le aziende private non possono lavorare per selezionare nuove varietà, e attualmente si possono utilizzare solo quelle certificate, che in Europa sono una cinquantina e in Italia circa nove, nessuna delle quali è davvero adatta a produrre fiori, la parte della canapa che il mercato richiede maggiormente. Ma questo non significa che non si possa coltivare canapa in Italia». «Perché – continua Grassi – le nostre varietà ammesse hanno un buon contenuto di CBD (cannabidiolo), uno dei metaboliti della Cannabis che ha incredibili effetti terapeutici, e può essere usato come antinfiammatorio, antistress, e pare abbia effetti positivi contro morbo di Parkinson, Alzheimer e tumori. Il cannabidiolo viene pagato molto bene, quindi potrebbe essere remunerativo per le aziende, ma bisogna porre comunque molta attenzione alla quantità di THC per non produrre, ovviamente, canapa considerata illegale. A livello produttivo la canapa è una coltura rustica che si adatta facilmente e somiglia alla coltivazione del pomodoro. Il problema sono i costi delle piantine che si trovano anche selezionate – separate dai maschi perché sono le femmine quelle produttive – ma possono arrivare a costare anche 3-4 euro ciascuna, e con una densità consigliata di circa 20mila piantine per ettaro, possiamo tranquillamente parlare di considerevoli costi di impianto. «Speriamo – ha concluso Grassi – che ci sia presto più chiarezza legislativa e una maggiore attenzione per la ricerca, che andrebbe concessa alle aziende sementiere, per immettere sul mercato varietà più produttive, che rispondano maggiormente alle richieste di mercato».

 

L’IMPORTANZA DELL’INNOVAZIONE SULLA LUCE - Un aiuto prezioso per la coltivazione della canapa e delle altre specie florovivaistiche arriva da un innovativo uso della luce, come ha spiegato Mirco Berti, tecnico della società C-Led (Gruppo Cefla). «Quando il sole non può attivare la fotosintesi, viene naturalmente utilizzata nelle serre la luce artificiale – spiega Berti – ma non tutte le luci sono uguali. Le lampade tradizionali, da quelle a fluorescenza, fino a quelle al sodio (HS), comunemente utilizzate nel florovivaismo, hanno uno spettro statico che non individua i colori, e sono solitamente concepite per la risposta dell’occhio umano non delle piante, che reagiscono alla luce nella regione dello spettro del rosso e blu. Le lampade al led, invece, hanno uno spettro dinamico con lunghezze d’onda diverse che agiscono sulla clorofilla e, quindi, contribuiscono al miglior sviluppo della pianta. I led, inoltre, sono efficienti, durano a lungo e sono di piccole dimensioni e quindi non ombreggiano le piante. La loro efficacia è stata provata anche sulla canapa, su due installazioni sperimentali dove abbiamo ottenuto buoni risultati con la lo spettro rosso-blu per incrementare la fioritura e la dimensione fogliare».

 

(nella foto principale, Giampaolo Grassi del Crea-Cin. Nelle foto sotto, il convegno con Massimo Piva e Mirco Berti)

 


05 dicembre 2018
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