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Dazi, Assolatte: «I formaggi i più colpiti, servono promozioni e aiuti all'export»


ROMA - Sono le aziende lattiero casearie esportatrici a subire le conseguenze di una guerra commerciale che non hanno minimamente contribuito ad innescare.Lo ha precisato Assolatte nel corso dell’audizione sui dazi USA alla Commissione agricoltura della Camera dei deputati il 23 ottobre. L’Italia, ha dichiarato Assolatte, è il Paese che pagherà il conto più alto dopo i quattro stati membri che hanno ricevuto sussidi per Airbus (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna). 

 

IL SETTORE PIU' COLPITO Tutti prodotti italiani colpiti dai dazi USA fanno parte del settore food & beverage e, stima Assolatte, genereranno un costo aggiuntivo per gli esportatori pari a 117 milioni di dollari. Di questi, ben 60 milioni a carico delle imprese casearie esportatrici. «Con il 51% del totale - ha precisato Giuseppe Ambrosi, presidente di Assolatte - il nostro è il settore più colpito». I dazi graveranno principalmente sugli esportatori, ovvero su coloro che attraverso i propri investimenti, impegno e intraprendenza hanno fatto degli Stati Uniti la prima destinazione extra-UE, per un valore che sfiora i 300 milioni di euro. Con benefici a cascata sull’intera filiera lattiero casearia. 

 

CONCENTRARSI SU CHI ESPORTA «Se si vuole davvero supportare il nostro export in USA - ha chiarito Ambrosi - è necessario che le azioni di sistema si concentrino prima di tutto sulle aziende che esportano, le vere vittime di questa vicenda. Aziende che oggi vivono una situazione di grande incertezza e temono di dover “svendere” i propri formaggi per far fronte all’aumento delle tariffe e sopravvivere nel mercato americano». Le risorse, quindi, si devono concentrare sulle aziende che esportano. Solo così si eviteranno crisi di settore, che rischiano di interessare a cascata tutti gli altri attori della filiera.  «Servono investimenti straordinari nella promozione e nella valorizzazione dei formaggi italiani sul mercato USA - ha proseguito Ambrosi - dobbiamo sostenere la nostra competitività o il nostro spazio verrà occupato da qualcun altro e sarà allora impossibile tornare indietro».

 

PIU' PROMOZIONI Per Assolatte, il sostegno delle Istituzioni nazionali potrebbe concretizzarsi attraverso sistematiche promozioni presso le catene distributive e gli specilaty stores - le boutique dei formaggi, quelle che potrebbero non vendere più i formaggi italiani per i rincari causati dai dazi aggiuntivi del 25% - e intensificando le azioni educational, per consentire al consumatore americano di distinguere un formaggio veramente italiano dalle imitazioni locali. «Se gli esportatori verranno lasciati soli - ha precisato Ambrosi - si bruceranno milioni di dollari di investimenti privati e a vincere sarà l’italian soundig».

 

LE CRISI IN RUSSIA E UK Superati i problemi causati dall’embargo russo, con la perdita degli investimenti realizzati per la conquista di un mercato oltremodo promettente, le imprese esportatrici, oltre ai dazi aggiuntivi USA del 25%, si trovano oggi ad affrontare anche l’incertezza della Brexit. Una flessione negativa si è già manifestata nel 2018, quando le vendite casearie in UK sono calate dell’8%. «Grazie ai nuovi investimenti realizzati dalle nostre imprese - ha concluso Ambrosi - i primi mesi di quest’anno danno segnali di miglioramento, ma il futuro di questo mercato non è ancora scritto e la preoccupazione aumenta».

 

IL SUCCESSO NEGLI USA Hanno aperto i mercati, hanno rischiato e investito nell’export dei loro formaggi. E ben prima che qualsiasi idea di sostegno balenasse nella mente delle istituzioni. Un viaggio iniziato nell’immediato dopoguerra, quando alcune famiglie di imprenditori italiani hanno deciso che era giunta l’ora di crescere anche all’estero esportando qualità. 20 anni dopo erano 5mila le tonnellate di formaggi che raggiungevano gli Stati Uniti, quasi tutti Pecorino romano e Provolone. 

Con 11mila tonnellate, nel 1990 si supera il raddoppio. 2mila tonnellate di Grana Padano e Parmigiano Reggiano e il Pecorino Romano che sfonda quota 7mila. Si affaccia, se pur timidamente, il Gorgonzola, con 100 tonnellate. Allo scoccare del nuovo millennio, dopo soli 10 anni, un altro importante cambio di passo. L’export caseario italiano supera le 29mila tonnellate e il mercato USA si apre a tutti i grandi tesori dell’arte casearia italiana.

Un modello vincente, quello degli esportatori caseari italiani. Un modello “esportato” in tutti i continenti fino a raggiungere, nello scorso anno, 418mila tonnellate e 2,7 miliardi di export, cresciuti di un ulteriore 13% nei primi 7 mesi di quest’anno.


29 ottobre 2019
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