Zootecnia

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Emilia Romagna, Araer lancia l'allarme: «Impedire l'estinzione dela razza romagnola»


BOLOGNA - L’obiettivo è fare tutto il possibile per impedire l’estinzione di una razza autoctona tra le più antiche e pregiate come la Romagnola, lavorando per valorizzare la sua carne, un prodotto di elevata qualità che non ha nulla da invidiare alla più blasonata Chianina. Sono state queste le basi su cui si è snodato il convegno organizzato dall’Associazione regionale allevatori dell’Emilia Romagna (Araer) in collaborazione con Anabic (Associazione nazionale allevatori bovini italiani da carne), svoltosi il 4 dicembre, a San Piero in Bagno in provincia di Forlì-Cesena alla presenza del sindaco, Marco Baccini, del presidente Araer, Maurizio Garlappi, del presidente Anabic, Luca Panichi, del direttore dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Umbria e delle Marche, Giovanni Filippini,  del Responsabile del Libro genealogico Anabic, Andrea Quaglia e del Coordinatore Spa Forli-Cesena/Rimini, Fabrizio Benedetti.

 

«Il 26% dell’economia del territorio è rappresentato dall’allevamento zootecnico -  ha dichiarato introducendo i lavori il sindaco di San Piero in Bagno, Marco Baccini - e questo per noi rappresenta un valore rispetto al quale vorremmo poter stanziare contributi di una certa consistenza economica. Le risorse a disposizione però sono scarse e per il momento ci permettono di mettere in campo interventi di spalatura e manutenzione delle strade per agevolare l’attività dell’intero settore agrozootecnico, a cui va aggiunto il lavoro che i Comuni della Montagna romagnola, tra cui San Piero in Bagno, stanno portando avanti per la promozione delle nostre eccellenze agroalimentari, tra le quali la carne di razza Romagnola rappresenta uno dei più importanti fiori all’occhiello: anche per questo siamo orgogliosi di poter collaborare con associazioni come Araer e Anabic nell’organizzazione di eventi che possano contribuire al processo di valorizzazione del prodotto».

 

Con quest’ultimo evento che ha raccolto nella sala di Palazzo Pesarini un numeroso pubblico di allevatori, gli incontri dedicati all’allevamento di bovini di razza Romagnola organizzati nel 2019 da Araer ammontano a tre, “segno evidente che per l’Associazione la Romagnola riveste un ruolo molto importante - ha sottolineato Maurizio Garlappi - soprattutto in un momento di grande evoluzione del settore zootecnico come quello che stiamo vivendo. Dopo il successo della Mostra nazionale svoltasi ad Agriumbria nella primavera scorsa, contiamo di ripetere l’esperienza il prossimo anno e continuare a organizzare appuntamenti di approfondimento e confronto come quelli promossi durante l’anno che sta per concludersi». Ma, al di là degli impegni e degli auspici, per i bovini di razza Romagnola i problemi non mancano, a iniziare dalle consistenze, che come ha ricordato Andrea Quaglia riguardo gli allevamenti, «dal 1988 al 2018 sono passati da 1800 a 350, mentre il numero di capi è rimasto sostanzialmente stabile intorno alle 8mila unità. Quello però che minaccia la sopravvivenza della razza è la diffusa consanguineità dei soggetti, al punto da pregiudicarne lo stato sanitario. Per questo è importante acquistare i vitelli presso il Centro genetico Anabic e non attraverso canali commerciali spesso invece privilegiati. Il motivo è molto semplice: il Centro genetico offre garanzie diversamente non disponibili altrove perché i vitelli in vendita sono frutto di accoppiamenti programmati, la genealogia e le performance sono certificate, i soggetti sono testati sia da un punto di vista sanitario che andrologico, sono assicurati e non hanno un costo superiore rispetto a quello richiesto da un altro acquirente».

 

L’aspetto sanitario, a partire dall’utilizzo responsabile del farmaco, si posiziona al primo posto nell’elenco delle priorità da rispettare per migliorare l’allevamento dei bovini di razza Romagnola. Su questo aspetto Giovanni Filippini è stato molto chiaro. «Ci troviamo davanti a un bivio - ha dichiarato - che ci impone di modificare completamente in allevamento l’approccio sanitario, perché a differenza di quanto è avvenuto fino a oggi non possiamo più permetterci di inseguire le problematiche sanitarie quando si manifestano, dobbiamo prevenirle. Fra non più di un paio d’anni le normative previste dalla UE ci obbligheranno a dimostrare perché, come e quanto farmaco abbiamo utilizzato per curare i nostri animali e siccome siamo in presenza di un fenomeno allarmante quale è l’antibioticoresistenza, dobbiamo entrare in un meccanismo d’azione diverso partendo da una maggiore consapevolezza, da un’analisi accurata, da una gestione complessiva dell’allevamento che tiene nella dovuta considerazione l’ambiente, l’alimentazione, lo stato di benessere dell’animale. Oggi per i bovini di razza Chianina il livello di antibioticoresistenza raggiunge il 68%, per la Romagnola i dati non si discostano di molto: è giunto il momento che tra personale veterinario e allevatori si crei un’alleanza basata prima di tutto sulla prevenzione».


05 dicembre 2019
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