Zootecnia

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Razza Romagnola, crescono i consumi: l'allevatore punti su management e miglioramento genetico


BOLOGNA - Gli allevatori di bovini da carne di razza Romagnola hanno partecipato  numerosi e compatti al convegno svoltosi a Forlì, il 16 aprile, organizzato da Araer (Associazione regionale allevatori dell’Emilia Romagna) in collaborazione con Aia (Associazione italiana allevatori). 

 

ALIMENTO FUNZIONALE Il titolo dell’evento era “Parte dal territorio e dalla verità scientifica il rilancio della carne di razza Romagnola”, un rilancio che affonda le radici proprio nelle peculiarità di questa razza, come ha ricordato Sebastiana Failla, ricercatrice del Crea, sottolineando nel suo intervento che “la carne bovina Romagnola è un alimento altamente funzionale e proprio su questo aspetto e sulla sua composizione nutrizionale bisogna puntare per favorire un aumento dei consumi e una maggiore redditività per gli allevatori che la producono. La sua tenerezza è superiore a quella riscontrata nella Chianina e nella Maremmana e l’originaria e antica attitudine al lavoro che ancora oggi fa parte del suo patrimonio genetico ne fanno un animale dalle caratteristiche straordinarie che merita una valorizzazione e una quotazione superiore a quanto si registra attualmente».

 

CONSUMI IN AUMENTO «A livello globale il trend di crescita dei consumi di carne è in aumento - ha ribadito nel suo intervento Riccardo Negrini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e direttore tecnico di Aia - e anche per il nostro Paese le potenzialità di sviluppo del settore sono concrete, soprattutto se pensiamo  che la nostra autosufficienza si ferma al 60%, mentre il restante 40% è coperto da una produzione importata. Purtroppo un certo tipo di informazione fuorviante, legata ai presunti effetti dannosi sulla salute umana che, secondo alcune indicazioni non sempre scientificamente confermate, sarebbero causati dal consumo di carne, può generare qualche preoccupazione. Ma si tratta di timori infondati che vanno sfatati, soprattutto se si ragione in un’ottica di riorganizzazione produttiva finalizzata a rispondere a questa maggiore richiesta di prodotto che, nel caso della Romagnola, è di elevata qualità».

 

CRESCE LA RICHIESTA E che il mondo chieda sempre più carne emerge dai recenti dati che Negrini ha illustrato diffusi dalla Fao. «Nel 1960 un produttore di carne bovina - ha ricordato - doveva sostenere 26 persone. Oggi ne deve sostenere 155 ma nel 2030 questo numero salirà  a 256 individui. La qualità, elemento indiscusso della carne italiana, non è però più sufficiente a convincere gli acquisti dei consumatori. Serve altro, soprattutto se analizziamo le richieste del mercato che, secondo un sondaggio svolto da Eurobarometro, afferma che oltre il 20% dei consumatori vede nell’allevamento al pascolo un valore aggiunto, senza dimenticare l’importanza che oggi riveste il termine “free”, rispetto al quale nel periodo compreso tra il 2012 e il 2017 la percentuale di consumatori che ha acquistato carne contrassegnata da questo termine, ha registrato un aumento dell’8%».

 

MANAGEMENT E GENETICA Non solo. Negrini ha sottolineato quanto i consumatori siano disposti a pagare di più i prodotti alimentari che acquistano se il packaging è ecologico, se viene rispettata la sostenibilità ambientale e se le condizioni di benessere animale sono state garantite e controllate. Quindi produrre bene non basta più. «Quali sono allora le chance che devono sfruttare gli allevatori per organizzare la loro produzione? - si è chiesto il docente universitario - il management aziendale e il miglioramento genetico. Due aspetti sempre più fondamentali, che oggi possono contare su strumenti altamente innovativi come la genomica che anche nel settore della carne, dopo aver dato ottimi risultati in quello delle bovine da latte, sta dimostrando tutta la sua validità. Il progetto I-beef che il Sistema allevatori sta approntando va proprio in questa direzione.  Per poter espletare però tutte le sue potenzialità ha bisogno dei dati che devono essere raccolti in azienda, operazione che vede l’allevatore grande protagonista in un sempre più costruttivo rapporto di collaborazione con le Associazioni di riferimento».

 

Unità, chiarezza delle idee e seria comunicazione sono gli aspetti a cui ha fatto riferimento Rosario Trefiletti, presidente del Centro Ricerche Indagini3, che ha invitato gli allevatori a farsi vedere e sentire di più soprattutto in tema di comunicazione, anche per riuscire ad agevolare il comparto agroalimentare italiano, da lui stesso definito il “petrolio italiano”. Per le conclusioni al termine del convegno la parola è passata al presidente di Araer, Maurizio Garlappi, il quale ha ricordato che dalla genomica arriveranno sicuramente grandi novità in materia di selezione, “anche se dovremo continuare a fare i conti con una serie di adempimenti normativi e burocratici  più laboriosi come la ricetta elettronica, la gestione del farmaco, il benessere animale, il Classyfarm che non sempre agevolano la nostra attività in allevamento. Ma siccome non possiamo permetterci di essere costantemente attaccati e al consumatore vogliamo fornire le massime garanzie sulla carne che porta in tavola, dobbiamo proseguire con impegno a lavorare nella filiera. L’esempio della Romagnola, che sul territorio rappresenta un presidio inespugnabile, va in questa direzione e in questa direzione continueremo a camminare».

 

(sotto, il convegno)


17 aprile 2019
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