Agroalimentare

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Assograssi: «Così i sottoprodotti di origine animale generano mangimi, energia e petfood»


ROMA - Un settore solido, che chiede risposte certe al legislatore italiano ed europeo. E’ questa la fotografia dell’industria dei sottoprodotti di origine animale, che è emersa dall’incontro organizzato oggi, 18 novembre, a Roma da Assograssi, la principale associazione di categoria del settore.  

SOTTOPRODOTTI DI ORIGINE ANIMALE  Il comparto rappresenta un tassello importante dell’intera filiera della carni: le sue aziende si occupano infatti del “rendering”, vale a dire la raccolta e la lavorazione dei sottoprodotti di origine animale. Gli operatori del settore operano in stretta sinergia con tutte le aziende che, in maniera diversa, si occupano di carne: aziende di preparazione di prodotti alimentari, luoghi di macellazione, macellerie, supermercati, allevamenti. Da qui selezionano la materia prima, valorizzandola per produrre alimenti, mangimi per animali domestici, detergenti, combustibili, fertilizzanti. Assograssi è la realtà maggiormente rappresentativa del settore. Oltre ad essere associata ad ASSITOL, l'associazione dell'industria olearia italiana, fa parte anche dell'EFPRA (European Fat Processors and Renderers Association) e dell’OIE (World Rendering Organization). 

40 AZIENDE E 3400 DIPENDENTI Le 40 aziende associate coprono infatti l'80% dell'attività nazionale di trasformazione, dando occupazione a 3400 dipendenti, compreso l'indotto. Le imprese, nel 2014, hanno trattato 1.500.000 tonnellate di materie prime, con un fatturato di 500 milioni di euro. Trattandosi di materiale deperibile, l'attività conta su una rete logistica capillare sull’intero territorio nazionale che si avvale di oltre 5mila automezzi.

SICUREZZA ALIMENTARE Proprio per il tipo di attività svolta dalle aziende, il settore svolge un ruolo strategico per la tutela della sicurezza pubblica e della sanità. L’industria dei sottoprodotti, infatti, reimpiega gli scarti di lavorazione delle carni dando loro, letteralmente, una seconda vita. Dalla loro trasformazione, infatti, le aziende ricavano materie prime utili per diversi impieghi, che variano in funzione della categoria dei sottoprodotti utilizzati (cat. 1,2,3). Dai materiali di Cat.3, vale a dire quelli provenienti dalla macellazione di animali sani e dalla produzione e trasformazione delle carni, si ricavano grassi animali fusi e proteine animali trasformate. I primi sono utilizzati nella mangimistica (41%), per usi industriali (34%), per il biodiesel (18%) e combustione (7%) per caldaie e motori endotermici.

GLI USI INDUSTRIALI Tra gli usi industriali, ha assunto una particolare importanza l'oleochimica, che utilizza i grassi animali per la fabbricazione di saponi, detergenti, lubrificanti, vernici e, in generale, in tutte le produzioni della petrolchimica, assicurandone la piena biodegradabilità. Le Proteine animali trasformate (Pat), un tempo conosciute come farine di origine animale, vengono invece utilizzate nella produzione di “petfood” (40%), e per fertilizzanti (60%). Contrariamente a quanto avviene nei Paesi Terzi, infatti, le norme in vigore nella UE vietano l’impiego delle Pat nell’alimentazione degli animali da reddito (polli, suini, pesci). Dai materiali di Cat. 1 e 2 (animali non macellati e deceduti in azienda agricola o parti di animali dichiarate non idonee all’alimentazione umana) si ricavano grassi fusi e farine animali che possono essere destinate unicamente ad usi tecnici, in particolare alla fabbricazione di biodiesel (35%) o alla combustione (65%).

LA CRISI DELLA BSE A segnare profondamente il settore, negli anni ’90, è stata la BSE, la encefalopatia spongiforme bovina, meglio conosciuta come “morbo della mucca pazza”. La malattia dei bovini ed il conseguente divieto di utilizzare le farine animali nella produzione dei mangimi per animali da reddito (polli, suini, pesci) ha trasformato radicalmente il settore, che ha dovuto separare le strutture di raccolta e di trasformazione in funzione delle diversa categorizzazione delle materie prime impiegate applicando così rigidi controlli sanitarie e ambientali, in virtù di una legislazione assai severa che ha coinvolto l'intera filiera delle carni.

Tali norme, in particolare le restrizioni agli impieghi ed all’esportazione verso Paesi Terzi, sono difformi da quelle raccomandate dall’ OIE (Word Organization for Animal Health) ed in vigore in tutti i Paesi extra UE. L'organizzazione mondiale, infatti, ammette in particolare l’utilizzo delle Proteine Trasformate di ruminante nell’alimentazione animale, ad esclusione, appunto, dei ruminanti, e ne permette l’esportazione senza restrizioni. 

«Purtroppo, continuiamo a pagare il dopo-BSE. Mentre è consentito l'import nella UE di Proteine trasformate di ruminate dai Paesi Terzi - spiega Alberto Grosso, presidente di Assograssi e Vicepresidente di EFPRA - permane il divieto di esportare verso Paesi Terzi quelle prodotte nella UE». In questo modo, stigmatizza Grosso, «si crea una palese e ingiustificata discriminazione della nostra filiera zootecnica e delle carni. Chiediamo di essere messi alla pari con gli altri Paesi, in modo da poter competere sul mercato globale, tanto più che oggi l’Italia e la maggior parte dei paesi della UE sono stati classificati dall’OIE a rischio BSE trascurabile».

L'industria dei sottoprodotti di origine animale ha visto crescere sempre di più la sua vocazione energetica, grazie agli impianti di cogenerazione all'interno degli stabilimenti industriali. In questo ambito, si registra un'incongruenza normativa, stavolta tra norme italiane ed europee. Queste ultime autorizzano la combustione di grassi animali, mentre in Italia tale processo è stato spesso considerato da alcune autorità periferiche un'operazione di smaltimento rifiuti, rendendo di fatto impraticabile l’iter autorizzativo. Assograssi spera in una definizione veloce della problematica, che chiarisca in modo definitivo l’inquadramento normativo in accordo con le norme comunitarie, in questo caso ben chiare e di agevole applicazione.


18 novembre 2015
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