Agricoltura

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Bioenergy Cremona: «Importato l'85% di mais, serve sperimentare quello BT resistente alla Piralide»


CREMONA - Nella campagna 2013-2014 il quantitativo di mais importato dall’estero aveva raggiunto un totale di 3,5milioni di tonnellate. In quella che si è appena conclusa la cifra è arrivata a 5 milioni di tonnellate, cioè l'85% di import. «E per la campagna di quest’anno credo che potremmo anche superare questo limite e arrivare alla metà esatta del fabbisogno italiano che è pari a circa 11 milioni di tonnellate». Marco Aurelio Pasti, presidente dell’Associazione Maiscoltori Italiani (Ami) non ha dubbi: la situazione italiana del comparto cerealicolo è molto grave, la politica agricola italiana ed europea a suo parere non lo supportano e anzi, tutte le scelte adottate fino a oggi da Roma e da Bruxelles rischiano di penalizzarlo sempre di più.

Alla prossima edizione di BioEnergy Italy (CremonaFiere 20-22 aprile 2016) si svolgerà come ormai consuetudine la Giornata Mondiale del Mais (venerdì 22 aprile alle 10, Sala Stradivari) un appuntamento che come sempre, grazie alla presenza di illustri esperti del settore a iniziare dallo stesso Pasti, tenterà di fare il punto sulla situazione e delineare per quanto possibile gli scenari che ci aspettano, tant’è vero che il sottotitolo dell’evento è proprio “già indispensabile un aggiornamento di medio termine della Pac”.

Piralide, micotossine, cambiamenti climatici sono un’insidia per una coltura di cui oggi arriviamo a importare quasi la metà del fabbisogno nazionale.

«L’impossibilità di seminare mais resistente alla piralide rappresenta per noi un danno colossale rispetto ai nostri competitor, in primis la Francia, che non devono combattere come noi contro questo insidioso parassita e che oltre ai danni causati dall’infezione scatenata sulla pianta, favorisce l’insediamento di alcune specie fungine capaci di produrre micotossine, altro grave problema che insidia il mais con il quale in questi ultimi anni abbiamo dovuto fare i conti». Secondo Pasti, il divieto imposto dal Governo anche e solo alla sperimentazione di mais Bt, quello per intenderci resistente alla piralide, è un errore, perché non pone in campo alternative valide per tentare di trovare una soluzione.

Se venisse autorizzato l’ibrido Bt resistente al parassita della piralide recupereremmo il 20% della produttività

«Le prospettive italiane sulla produzione di mais per un futuro che è dietro l’angolo non sono per nulla incoraggianti - sottolinea il presidente dell’Ami - gli ultimi anni, caratterizzati da un andamento climatico estremamente variabile, sono stati un test molto emblematico. E sappiamo bene quanto il cambiamento del clima sia ormai una realtà con la quale dovremo confrontarci sempre più. Quindi, davanti al divieto di ricorrere a mais ibridi resistenti alla piralide, che per inciso ci permetterebbe di recuperare almeno il 20% di produttività, ci dobbiamo preparare a fronteggiare vere e proprie emergenze: sappiamo, infatti, che le alte temperature, specie notturne come quelle che abbiamo registrato nell’estate del 2015, rendono il parassita più aggressivo causando sulla coltura effetti disastrosi, stressata da temperature elevate e insetti. Se poi dovessimo vivere un’estate particolarmente siccitosa come quella del 2012 ci troveremmo a contrastare il flagello delle aflatossine. Difficile in queste condizioni essere ottimisti, soprattutto se al tema del mais leghiamo quello della zootecnia, anch’essa al centro di non pochi problemi. Non ultimo, il fatto che molte aziende zootecniche sono anche cerealicole: un effetto domino che chiude drammaticamente un cerchio produttivo».


26 marzo 2016
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